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568 l'eneide. [95-119]

Patteggi con la morte. Ed anch’io, padre,95
Ho le mie mani; ed anco il ferro mio
Ha taglio e punta, e fa ferita e sangue.
Non sempre avrà, cred’io, la madre a canto
Che di nube lo cuopra e lo trafugga
Come vil femminella, e di vane ombre100
Seco s’involva. E, ciò detto, si tacque.
     Ma la regina, de l’audace impresa
Del genero dolente e spaventata,
Piangendo, e per angoscia a morte giunta,
Lo tenea, lo pregava, e gli dicea:105
Turno, per queste lagrime, per quanto
T’è, se pur t’è, de l’infelice Amata
L’onor, l’amore e la salute in pregio
(Già che tu sola speme, e sol riposo
Sei de la mia vecchiezza: a te s’appoggia,110
In te si fonda di Latino il regno,
E la sua dignitade, e la sua casa
Che ruina minaccia), in don ti chieggio,
Astienti di venir co’ Teucri a l’arme;
Chè qualunque ne segua avverso caso115
Sopra me cade; ch’io teco di vita
Escirò pria che mai suocera o serva
Io mi veggia d’Enea. Queste parole
De la madre sentì Lavinia virgo,

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