Pagina:Eneide (Caro).djvu/606

[20-44] libro xii. 565

Al re davanti, e disse: Indugio, o scusa20
Più non fa Turno: e più non ponno i Teucri
Da quel ch’è patteggiato e stabilito,
Se non se per viltà, ritrarsi omai.
Eccomi in campo: ecco parato e pronto
Sono al duello. Or fa’, padre, che ’l patto25
Sia fermo e rato e sacro; e i sacrifici
E ’l giuramento appresta. Oggi, signore,
Sii certo ch’io con le mie mani a morte
Questo de l’Asia fuggitivo adduco,
E ’l difetto di tutti io solo ammendo30
(Stiansi pure a vedere i tuoi Latini);
O ch’ei vincendo fia padrone a voi,
E marito a Lavinia. A cui Latino
Col cor sedato in tal guisa rispose:
     Giovine valoroso, al tuo valore,35
A la ferocia tua che tanto eccede
Ne l’armi, io deferisco. E tu dovrai
Appagarti di me, s’io, d’ogni cosa
Temendo, con ragione e con maturo
Consiglio in tutti i casi inveglio e curo40
Che ’l mio stato si salvi e la tua vita.
A te del vecchio Dauno erede e figlio,
Seggio e regno non manca, oltre a le terre
Di cui tu fatto hai da te stesso acquisto

[11-22]