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[1420-1445] libro xi. 563

1420Spingonsi avanti; e già pianto e paura
Assalgon la città. D’ira, di sdegno
E di furore il giovine infiammato
(Chè tale era il voler empio di Giove)
Da l’insidie si toglie, esce de’ boschi
1425Ov’era ascoso, e giù scende da’ colli.
Smarrito non gli avea di vista a pena,
A pena era nel piano, allor ch’Enea
Prese del monte; e là ’v’era l’agguato,
Trovando aperto, senz’offesa anch’egli
1430Superò ’l giogo, e de la selva uscío.
Così con passi frettolosi entrambi
Con tutte le lor genti, e l’un da l’altro
Poco lontani a la città sèn vanno.
E ’nsiememente da l’un canto Enea
1435Vide di polverío fumare i campi,
E di Laurento sventolar l’insegne;
Turno da l’altro Enea scoperse, udendo
L’annitrir de’ cavalli e ’l calpestio
Crescer di mano in mano. Eran vicini
1440Sì, che venuto a zuffa ed a battaglia
Si fòra anco quel dì: se non che Febo,
Fatto vermiglio, i suoi stanchi destrieri
Stava già per tuffar ne l’onde ibere.
Onde avanti a le mura ambi accampati
1445Di trincee si muniro e di ripari.

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