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[920-944] libro xi. 543

Non d’òr le chiome, o di monile il collo,920
Nè men di lunga o di fregiata gonna
La ricoverse; ma di tigre un cuoio
Le facea veste intorno, e cuffia in capo.
Il fanciullesco suo primo diletto
E ’l primo studio fu lanciar di palo,925
E trar d’arco e di fromba; e ’n fin d’allora
Facea strage di gru, d’oche e di cigni.
Molte la desiâr tirrene madri
Per nuora indarno. Ed ella di me sola
Contenta, intemerata e pura e casta930
La sua verginità, l’amor de l’armi
Sol ebbe in cale. Or mio fòra disio
Che di questa milizia e de la pugna,
Che presa ha co’ Troiani e co’ Tirreni,
Fosse digiuna; per sì cara io l’aggio,935
E tale or mi saria grata compagna.
Ma poi che acerbo fato la persegue,
Scendi, ninfa, dal cielo, e nel paese
Va de’ Latini. Ivi al conflitto assisti,
Che per Lazio e per lei mal s’apparecchia.940
Prendi quest’arco e prendi questa mia
Stessa faretra, e di qui traggi il tèlo
Per vendicarmi di qualunque ardito
Sarà di vïolar quest’a me sacra

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