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532 l'eneide. [645-669]

Che fai de la prodezza e de le forze645
D’una gente che già due volte è vinta;
E non tanto avvilir da l’altro canto
L’armi del re Latino. Ai Mirmidóni
Son ora, al gran Dïomede, al grande Achille
I Teucri formidabili e tremendi;650
E dal mar se ne torna per paura
L’Àufido indietro. E forse che non finge
Temer di me, perchè il mio fallo aggravi?
Malvagia astuzia! Ma non più per nulla
Vo’ che ne tema. Un’anima sì vile655
Non ti torrà la mia destra già mai.
Stiesi pur teco, e nel tuo petto alloggi,
Di lei ben degno albergo. Or a te vegno,
Gran padre, e ’l tuo parer discorro, e dico:
     Se tu più non t’affidi, e più non credi660
Ne l’armi tue; s’abbandonati affatto
Siam d’ogni parte; se una volta rotti,
Siam per sempre perduti; e se fortuna,
Varïando le veci, unqua non cangia,
Signor, pace imploriamo; e l’armi in terra665
Gittando, a giunte mani accordo e venia
Impetriam dai nemici. Ancorchè, quando
Oh! del nostro valor punto in noi fosse,
Sopra tutti felice, riposato,

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