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536 l'eneide. [595-619]

Ma se l’onor ti muove, e se concepi595
Di te tanto in te stesso, e tanto agogni
O la donna o la dote, a che non osi
Contro a chi te ne priva? A Turno adunque
Regno col nostro sangue e regia moglie
Procureremo: e noi vili alme, e turba600
Non sepolta e non pianta, a’ cani in preda
Giaceremo in su’ campi? Or tu, tu stesso,
Se tanto hai d’ardimento e di valore
Dal paterno legnaggio, a lui rispondi,
A lui ti volgi, che ti sfida e chiama.605
     Turno, ch’impetuoso e vïolento
Era da sè, questo parlare udito,
Alto un gemito trasse, e d’ira acceso
Così proruppe: Usanza tua fu sempre,
Drance, allor che di mani è più bisogno,610
Oprar la lingua; essere in corte il primo,
L’ultimo in campo. Ma non più parole
In questo loco, che già pieno troppo
Ne l’hai; pur troppo grandi e troppo gonfie
L’avventi, e senza rischio or ch’i nemici615
Son lunge, e buone fosse e buone mura
Ci son di mezzo, e non c’inonda il sangue.
Apri qui bocca al solito, e rintuona
Con la facondia tua. Tu, che sei Drance,

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