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[420-444] libro xi. 523

Dopo quella milizia, andò ramingo420
L’un de’ figli d’Atreo. D’Etna i Ciclopi
Ne vide Ulisse. Il suo regno a’ suoi servi
Ne lasciò Pirro. Idomenèo cacciato
Ne fu dal patrio seggio. Esso re stesso,
Condottier degli Argivi, il piede a pena425
Nel suo regno ripose, che del regno,
Del letto e de la vita anco privato
Fu da la scellerata sua consorte.
Nè gli giovò che doma l’Asia e spento
L’uno adultero avesse; chè de l’altro430
Scherno e preda rimase. A me l’invidia
Ha degli Dei di più veder disdetto
La mia bella città di Calidóna,
E la mia cara e desiata donna.
Nè di ciò sazi, orribili spaventi435
Mi dànno ancora. E pur dianzi in augelli
Conversi i miei compagni (o miseranda
Lor pena!) van per l’aura e per gli scogli
Di lacrimosi accenti il cielo empiendo.
Questi sono i profitti e le speranze440
Ch’io fin qui ne ritraggo, da che, folle!
Stringer contro a’ celesti il ferro osai,
E che di Citerèa la destra offesi.
Or ch’io di nuovo una tal pugna imprenda

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