Pagina:Eneide (Caro).djvu/56

[333-357] libro i. 15

A questo, che dal ciel si serba a voi,
Sì glorïoso e sì felice stato.
     335Così dicendo a’ suoi, pieno in sè stesso
D’alti e gravi pensier, tenea velato
Con la fronte serena il cuor doglioso.
     Fecer tutti coraggio; e di cibo avidi
Già rivolti a la preda, altri le tergora
340Le svelgon da le coste, altri sbranandola
Mentre è tiepida ancor, mentre che palpita,
Lunghi schidioni e gran caldaie apprestano,
E l’acqua intorno e ’l fuoco vi ministrano.
Poscia d’un prato e seggio e mensa fattisi,
345Taciti prima sopra l’erba agiandosi,
D’opima carne e di vin vecchio empiendosi,
Quanto puon lietamente si ricreano.
     Poichè fur sazi, a ragionar si diero,
Con voce or di timore or di cordoglio,
350De’ perduti compagni, in dubbio ancora
Se fosser vivi, e se pur giunti al fine
Più de’ richiami lor nulla curassero.
Enea vie più di tutti e di pietate
E di dolor compunto, il caso acerbo
355Or d’Àmico, or d’Oronte, e Lico e Gía
Ne’ sospir richiamava e ’l buon Cloanto.
     Erano al fine omai; quando il gran Giove


[207-223]