Pagina:Eneide (Caro).djvu/553

512 l'eneide. [145-169]

Dal medesimo fato, altre battaglie145
Imprenderemo. E tu, magno Pallante,
Vattene in pace, e con eterna gloria
Godi eterno riposo. Indi partendo
Vèr l’alte mura, al campo si ritrasse.
     Eran nel campo già co’ rami avanti150
Di pacifera oliva ambasciatori
De la città latina a lui venuti,
Che tregua a’ vivi e sepoltura a’ morti,
Pregando, gli mostrâr che più co’ vinti
Nè co’ morti è contrasto, e che Latino155
Gli era d’ospizio amico, e che chiamato
L’avea genero in prima. Il buon Troiano
A le giuste preghiere, ai lor quesiti,
Che di grazia eran degni, incontinente
Grazïoso mostrossi; e da vantaggio160
Così lor disse: E qual indegna sorte
Contra me, miei Latini, in tanta guerra
Così v’intrica? Che pur vostro amico
Son qui venuto: nè venuto ancora
Vi sarei, se da’ fati e dagli Dei165
Mandato io non vi fossi. E non pur pace,
Siccome voi chiedete, io vi concedo
Per color che son morti, ma co’ vivi
Ve l’offro, e la vi chieggo. E la mia guerra

[96-111]