Pagina:Eneide (Caro).djvu/47

6 l’eneide. [108-132]

Naviga il mar tirreno; e giunta a vista
È già d’Italia, al cui reame aspira;
110E d’Ilio le reliquie, anzi Ilio tutto
Seco v’adduce e i suoi vinti Penati.
Sciogli, spingi i tuoi venti, gonfia l’onde,
Aggiragli, confondigli, sommergigli,
O dispergigli almeno. Appo me sono
115Sette e sette leggiadre ninfe e belle;
E di tutte più bella e più leggiadra
È Deiopèa. Costei voglio io, per merto
Di ciò, che sia tua sposa; e che tu seco
Di nodo indissolubile congiunto,
120Viva lieto mai sempre, e ne divenga
Padre di bella e di te degna prole.
     Eolo a rincontro: A te, regina, disse,
Conviensi che tu scopra i tuoi desiri,
Ed a me ch’io gli adempia. Io ciò che sono
125Son qui per te. Tu mi fai Giove amico,
Tu mi dài questo scettro e questo regno,
Se re può dirsi un che comandi a’ venti.
Io, tua mercè, su co’ Celesti a mensa
Nel ciel m’assido; e co’ mortali in terra
130Son di nembi possente e di tempeste.
     Così dicendo, al cavernoso monte
Con lo scettro d’un urto il fianco aperse,


[66-82]