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388 l’eneide. [945-969]

945Sèn gía dagli altri solitario e scevro,
Apertamente gli s’offerse, e disse:
Eccoti ’l don che da me, figlio, attendi,
Di man del mio consorte. Or francamente
Gli orgogliosi Laurenti e ’l fiero Turno
950Sfida a battaglia, e gli combatti e vinci.
E, ciò detto, l’abbraccia. Indi gli addita
D’armi quasi un trofeo, ch’appo una quercia
Dianzi da lei disposte, incontro agli occhi
Facean barbaglio, e contro al sol, più soli.
     955D’un tanto dono Enea, d’un tale onore
Lieto, e non sazio di vederlo, il mira,
L’ammira e ’l tratta. Or l’elmo in man si prende
E l’orribil cimier contempla e ’l foco
Che d’ogni parte avventa: or vibra il brando
960Fatale; or ponsi la corazza avanti
Di fino acciaio e di gravoso pondo,
Che di sanguigna luce e di colori
Diversamente accesi era splendente,
Qual sembra di lontan cerulea nube
965Arder col sole e varïar col moto.
Brandisce l’asta; gli stinier vagheggia
Nitidi e lievi, che fregiati e fusi
Son di fin oro e di forbito elettro.
Meravigliando alfin sopra lo scudo


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