Pagina:Eneide (Caro).djvu/403

362 l’eneide. [295-319]

295Mezzo fera e mezz’uomo, e d’uman sangue
Avido sì, che ’l suol n’avea mai sempre
Tiepido. Ne grommavan le pareti,
Ne pendevano i teschi intorno affissi,
Di pallor, di squallor luridi e marci.
300Volcano era suo padre; e de’ suoi fochi
Per la bocca spirando atri vapori,
Gìa d’un colosso e d’una torre in guisa.
Contra sì diro mostro, dopo molti
Dannaggi e molte morti, il tempo al fine
305Ne diede e questo dio soccorso e scampo.
Egli di Spagna vincitor ne venne
In queste parti, de le spoglie altero
Di Gerïone, in cui tre volte estinse
In tre corpi una vita, e ne condusse
310Tal qui d’Ibèro un copïoso armento,
Ch’avea pien questo fiume e questa valle.
     Caco ladron feroce e furïoso,
D’ogni misfatto e d’ogni sceleranza
Ardito e frodolente esecutore,
315Quattro tori involonne e quattro vacche,
Ch’eran fior de l’armento. E perchè l’orme
Indicio non ne dessero, a rovescio
Per la coda gli trasse; e ne la grotta
Gli condusse e celògli. Eran l’impronte


[194-211]