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348 l’eneide. [1195-1219]

1195Bocche foco anelava, quante a pena
Non apria Mongibello: e con più fremito
Spargea le fiamme, come più crudele
Era la zuffa, e più di sangue avea.
Lo scudo era d’acciaio, e d’oro intorno
1200Tutto commesso, e d’òr nel mezzo un’Ïo
Era scolpita, che già ’l manto e ’l ceffo,
Le setole e le corna avea di bue;
Memorabil soggetto! Eravi appresso
Argo che la guardava; eravi il padre
1205Ínaco, che chiamandola, versava,
Non men degli occhi che de l’urna, un fiume.
Dopo Turno venía di fanti un nembo,
Un’ordinanza, una campagna piena
Tutta di scudi. Eran le genti sue
1210Argivi, Aurunci, Rutuli, Sicani
E Sacráni e Labíci, che dipinti
Portan gli scudi. Avea del Tiberino,
Avea del sacro lito di Numíco
E de’ rutuli colli e del Circèo,
1215D’Ànsure a Giove sacro, di Feronia
Diletta a Giuno, de la paludosa
Sátura, e del gelato e scemo Ufente
Gran turba di villani e d’aratori.
     L’ultima a la rassegna vien Camilla


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