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[370-394] libro vii. 315

     Al dir d’Ilïoneo stava Latino370
Fisso col volto a terra immoto e saldo
Come in astratto, e solo avea le luci
Degli occhi intese a rimirar, non tanto
Il dipint’ostro e gli altri regi arnesi,
Quanto in pensar de la diletta figlia375
Il maritaggio, e ’l vaticinio uscito
Dal vecchio Fauno. E ’n se stesso raccolto,
Questi è certo, dicea, quei che da’ fati
Si denunzia venir di stran paese
Genero a me, sposo a Lavinia mia,380
Del mio regno partecipe e consorte.
Questi è da cui verrà l’egregia stirpe,
Che col valor farassi e con le forze
Soggetto e tributario il mondo tutto.
Ed al fin lieto: O, disse, eterni Dei,385
Secondate voi stessi i vostri augúri
E i pensier miei. Da me, Troiani, arete
Tutto che desiate; e i vostri doni
Gradisco e pregio; e mentre re Latino
Sarà, sarete voi nel regno suo390
Cortesemente accolti; e ’l seggio e i campi
E ciò ch’è d’uopo, come a Troia foste,
In copia arete. Or s’ei tanto desia
L’amistà nostra e ’l nostro ospizio, vegna

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