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242 l'eneide [1194-1217]

Sereno e queto: e te, buon Palinuro,
Senza tua colpa, insidïoso assalse1195
Portando a gli occhi tuoi tenebre eterne.
Ei di Forbante marinaro esperto
Presa la forma, come noto, appresso
In su la poppa gli si pose, e disse:
Tu vedi, Palinuro: il mar ne porta1200
Con le stesse onde, e ’l vento ugual ne spira.
Temp’è che pòsi omai: china la testa,
E fuga gli occhi a la fatica un poco,
Poscia ch’io son qui teco, e per te veglio.
     Cui Palinuro, già gravato il ciglio,1205
Così rispose: Ah! tu non credi adunque
Ch’io conosca del mar le perfid’onde,
E ’l falso aspetto? A tale infido mostro
Ch’io fidi il mio signore e i legni suoi?
Ch’al fallace sereno, a i venti instabili1210
Presti fede io, che son da lor deluso
Già tante volte? E, ciò dicendo, avea
Le man ferme al timon, gli occhi a le stelle.
     Il Sonno allora di letèo liquore,
E di stigio veleno un ramo asperso1215
Sovra gli scosse, e l’una tempia e l’altra
Gli spruzzò sì, che gli occhi ancor rubelli

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