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[1070-1094] libro iii 147

Concilio orrendo, chè ristretti insieme
Erano quai di querce annose a Giove,
Di cipressi coniferi a Dïana
S’ergono i boschi alteramente a l’aura.
     Fero timor n’assalse; e da l’un canto1075
Pensammo di lasciar che ’l vento stesso
Ne portasse a seconda ovunque fosse,
Purchè lunge da loro; ma da l’altro,
D’Eleno cèl vietava il detto espresso,
Che per mezzo di Scilla e di Cariddi1080
Passar non si dovesse a sì gran rischio,
E di sì poco spazio e quinci e quindi
Scevri da morte. In questa, che già fermi
Eravam di voltar le vele a dietro,
Ecco che da lo stretto di Peloro,1085
Ne vien Bora a grand’uopo, onde repente
A la sassosa foce di Pantagia,
Al megarico seno, ai bassi liti
Ne trovammo di Tapso. In cotal guisa
Riferiva Achemenide, compagno1090
Che s’è detto d’Ulisse, esser nomati
Quei lochi, onde pria seco era passato.
     Giace de la Sicania al golfo avanti
Un’isoletta che a Plemmirio ondoso
È posta incontro, e dagli antichi è detta
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