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[670-694] libro iii. 131

Fu poi da l’altro. Il mar fra mezzo entrando670
Tanto urtò, tanto róse, che l’esperio
Dal sicolo terreno alfin divise:
E i campi e le città, che in su le rive
Restaro, angusto freto or bagna e sparte.
Nel destro lato è Scilla; nel sinistro675
È l’ingorda Cariddi. Una vorago
D’un gran baratro è questa, che tre volte
I vasti flutti rigirando assorbe,
E tre volte a vicenda li ributta
Con immenso bollor fino a le stelle.680
Scilla dentro a le sue buie caverne
Stassene insidïando; e con le bocche
De’ suoi mostri voraci, che distese
Tien mai sempre ed aperte, i naviganti
Entro al suo speco a sè tragge e trangugia.685
Dal mezzo in su la faccia, il collo e ’l petto
Ha di donna e di vergine; il restante,
D’una pistrice immane, che simíli
A’ delfini ha le code, ai lupi il ventre.
Meglio è con lungo indugio e lunga volta690
Girar Pachino e la Trinacria tutta,
Che, non ch’altro, veder quell’antro orrendo,
Sentir quegli urli spaventosi e fieri
Di quei cerulei suoi rabbiosi cani.


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