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Dietro alle carrozze penetra in piazza la folla, prende i selci che erano ammucchiati per i lavori delle fogne, e li lancia contro il palazzo dell’ambasciata presso il Re. Con una trave, di cui si serve a guisa di catapulta, tenta sfondare la porta del palazzo Farnese, mentre dalla via della Morte un altro manipolo di forsennati unge con petrolio le imposte delle finestre, per produrre un incendio. Il capitano Santoni, dei carabinieri, impedisce quell’atto barbaro e cade ferito. I carabinieri a cavallo sgombrano lentamente la piazza, ma la folla pazza, va a San Luigi dei Francesi a fracassare i vetri, e ritorna a piazza Colonna chiedendo insistentemente l’inno germanico. Di qui vuole andare al teatro Nazionale per far cessare la rappresentazione, e vi riesce, nonostante che il Corso sia sbarrato a San Marcello, e contro le vetrate del teatro lancia sassi e minaccia invaderlo. Gli spettatori sgomenti si salvano dal lato della Cordonata.

La calma fu ristabilita soltanto verso la mezzanotte. La piazza Farnese rimase occupata da uno squadrone di cavalleggieri, come tutte le vie adiacenti da altri soldati. Gli arresti operati in quella notte furono 28.

Il sindaco, con un manifesto, aveva raccomandato la calma ai cittadini, i giornali li esortavano a cessare dalle dimostrazioni, per non mettere l’Italia dalla parte del torto, ma tutto questo non valse, perchè gli anarchici volendo approfittare dei disordini, si facevano iniziatori delle dimostrazioni. La mattina del 21 gli operai del Policlinico, del palazzo di Giustizia e del monumento a Vittorio Emanuele abbandonarono il lavoro. Un gruppo di dimostranti, verso le s pomeridiane, tenta forzare il ponte di Ripetta, custodito dai soldati. Non riuscendovi, scavalca le armature del ponte Umberto, tuttavia in costruzione, e sbocca all’Orso, cercando giungere a Santa Chiara. Essendo respinto, irrompe a piazza Colonna gridando: «Guerra, morte alla Francia!»

La musica non suonava per precauzione quella sera in piazza Colonna, ma una dimostrazione si formò di nuovo al Corso e si diresse verso Campo di Fiori. In mezzo ai dimostranti vi erano molti anarchici, che distribuivano manifesti sui quali stava stampato: «Viva la Francia! abbasso la borghesia sfruttatrice!» Dal Trastevere giungono altri anarchici; spengono i lampioni in via Arenula e in via de’ Pettinari e valendosi del legname impiegato nei lavori del lungo Tevere, formano barricate per impedire l’avanzarsi della cavalleria, le ungono di petrolio e le incendiano. La cavalleria giunge infatti ed è accolta a sassate. Un gruppo di dimostranti corre a piazza Venezia emettendo grida di «Viva la Francia», che suscitano una reazione fra la folla. Un altro gruppo va le finestre del presidente del Consiglio, in via Cavour, a fischiare.

Ma l’on. Giolitti e quasi tutti i ministri erano assenti. La responsabilità dei disordini sarebbe dovuta ricader dunque sul sottosegretario all’interno, on. Rosano, che era a Roma, perchè da tutti è risaputo che il prefetto non esercita nella capitale la stessa autorità di cui è rivestito nelle rimanenti città d’Italia. Invece, subito dopo i fatti penosi, il prefetto Calenda dei Tavani fu sospeso, insieme col Sandri, ispettore reggente la questura, e col Majnetti, ispettore alla Regola.

La prefettura fu affidata al comm. Ruspeggiari, capo divisione al ministero dell’interno, e la questura al Gatti. Con questa misura si volle sottrarre il Governo alla responsabilità dei fatti, e si nominò una commissione, presieduta dal senatore Inghilleri, che in breve presentò una relazione con la quale confermava la responsabilità del prefetto e dell’ispettore Sandri, escludendo quella del Majnetti.

Numerosi arresti di anarchici furono fatti in quei giorni sapendosi che volevano rinnovare i disordini. Un gruppo di essi fu arrestato in piazza Colonna, molti nelle rispettive case, e una vera falange vicino alla Navicella.

I disordini non si rinnovarono, ma Roma fu assalita dal timore di una invasione colerica,