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Era morto il comm. Alessandro Ceccarelli, medico del Papa, e si volle attribuire a veleno quella morte. Cosicchè si fece l’autopsia del cadavere, ma i sospetti risultarono infondati dall’esame dei visceri.

Riprese le udienze, al Papa furono offerti ricchissimi doni di gioielli, di oggetti sacri e di danaro, ma essi non raggiunsero lo splendore di quelli avuti nel 1888, in occasione del suo giubileo sacerdotale.

Il Verdi aveva ottenuto a Milano un altro trionfo col suo Falstaff, rappresentato alla «Scala» e al quale il Ministro della pubblica istruzione volle assistere per dare a quell’avvenimento artistico maggior rilievo, e per onorare l’ottuagenario maestro. Il Sindaco Ruspoli mandò al Verdi un telegramma di felicitazione, e il Senato espresse la sua ammirazione, annuendo ad una proposta del professor Moleschott, che aveva orgoglio di figlio per le glorie della sua patria di adozione.

Roma in quell’inverno non fu soltanto afflitta dai disastri bancari; ogni momento essa era turbata dallo scoppio di una bomba. Le prime due esplosero in piazza San Claudio e sotto l’Albergo d’Inghilterra, in via Bocca di Leone; si trattava di cassette piene di polvere pirica e fortemente legate con filo di ferro; una terza esplose al Quirinale, sotto la finestra della gelateria; una quarta in via Cavour, sul pianerottolo del quartiere ove abitava l’on. Ferri, e di fronte alla casa del presidente del Consiglio. Poi un’altra nel palazzo Antici-Mattei, precisamente ove abitava il ministro degli Stati Uniti d’America, signor Potter, e una ancora sotto la tettoia a cristalli del villino Tommasi-Crudeli, in una serata di ricevimento, al quale assisteva anche il Bonghi.

Gli autori di quegli attentati non si scoprivano mai, e siccome trattavasi di attentati innocui, che producevano tutt’al più la rottura di qualche vetro, i romani ne ridevano e arrivavano fino a dire che la Questura ci avesse lo zampino per fini suoi.

Il 2 marzo fu fatta con tutta pompa l’inaugurazione del monumento a Terenzio Mamiani. Per quel monumento il municipio aveva dato 10,000 lire; le altre si erano raccolte mediante una sottoscrizione alla quale aveva contribuito anche la vedova, contessa Angela, che era venuta a Roma per assistere alla cerimonia. Autore del monumento era stato Mauro Benini. Il sindaco Ruspoli pronunziò un bel discorso e un altro il sindaco di Pesaro, patria dell’illustre estinto.

Le corse a Tor di Quinto promosse dalla società italiana degli Steeple-Chasses riuscirono in marzo bellissime e servirono di preludio alle altre feste dell’aprile per le nozze d’argento dei Sovrani. A quelle corse assisteva la Corte, tutta la società romana, il conte di Torino, che terminato il corso di equitazione a Tor di Quinto, aveva ottenuto di rimanere a Roma per ottanta giorni per prendere parte al Torneo.

Del Torneo si parlava molto e per renderlo degno di tanta solennità, lavoravano indefessamente molte persone, e specialmente il colonnello Edel, il quale si era addossato il compito difficile di designare tutti i figurini. Il Principe di Napoli e gli altri principi di Casa Savoia, meno il duca di Genova, dovevano parteciparvi, e una deputazione del Comitato per il Torneo, grata al Principe Ereditario, andò in marzo a ringraziarlo della sua adesione.

Frattanto era stato stabilito il concetto generale del Torneo, che era quello di rappresentare quattro grandi epoche della storia di Casa Savoia, e di fare rappresentare i personaggi che caratterizzavano quelle epoche, dai quattro giovani Principi. Il duca d’Aosta doveva presentarsi nella lizza sotto le spoglie di Umberto Biancamano; il duca degli Abruzzi sotto quelle di Amedeo VIII, soprannominato il Pacifico, e che fu Papa; il conte di Torino sotto quelle di Vittorio Amedeo II, il primo dei principi Sabaudi che cingesse la corona reale, e il Principe di Napoli sotto quelle del gran Mastro del Supremo Ordine dell’Annunziata.