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soltanto da un sentimento di decoro al maggiordomo, e quando si furono accorti che avevano sbagliato strada volendo impedire l’applicazione della tassa, incominciarono a dire che essa cercava di frustrare la legge delle guarentigie, che obbliga il Vaticano a tenere aperti al pubblico i Musei, perchè la tassa si sarebbe portata forse fino a 25 lire rendendo al pubblico in essi impossibile l’accesso.

Naturalmente i giornali più moderati dimostrarono che, come si pagava per vedere cose di poca importanza custodite dal Governo, era giusto che si pagasse per vedere i tesori racchiusi nel palazzo dei Papi e riuscirono a far tacere gli sbraitanti, tanto più che i visitatori erano contenti di non esser più importunati, e chi voleva andare in Vaticano senza spendere, poteva recarvisi il sabato.

Un’altra quistione molto discussa a Roma fu quella del passaggio della beneficenza dal Comune allo Stato, in forza della nuova legge. Certi improvvidi articoli di giornali fecero temere che in quei primi tempi non vi fossero i fondi necessarj e gl’istituti non potessero far fronte alle spese. Invece era stato versato subito dal ministero del Tesoro il dodicesimo previsto nel bilancio della congregazione di Carità, che lo aveva distribuito alle opere da lei dipendenti.

Una sventura avvenuta quasi all’angolo della via delle Quattro Fontane con via Venti Settembre, aveva offerto mezzo al Re di mostrare la sua immensa bontà.

Era crollata una casa in costruzione seppellendo tre operai. Questo avveniva poco prima del mezzogiorno. Mezz’ora dopo il Re era sul luogo del disastro e incitava i vigili al lavoro per salvare i sepolti, camminava sulle macerie tendendo l’orecchio per udire se di sotto a quelle partisse qualche gemito, e con pericolo scendeva nei sotterranei e aveva la consolazione di veder tolto vivo un muratore.

Il Re rimase quattr’ore sulle macerie, destando nel popolo, che leggeva sul volto di lui le ansie e i timori che l’angosciavano, una profonda ammirazione per la sua carità. S. M. soccorse le famiglie dei poveri muratori, dopo aver dato, come sempre, esempio di abnegazione e di un coraggio calmo e veramente grande.

Questa sventura aveva scossa tutta la cittadinanza romana; un’altra, avvenuta il giorno seguente lontano di qui, turbò specialmente il patriziato. Il telegrafo annunziò ai romani che a Saint-Moritz, nell’Engadina, si era spenta la duchessa Eleonora Torlonia, conscia della sua fine, tenendo sul letto di morte la sua bimba maggiore, e stringendo a sè il marito, dal quale erale così doloroso il distacco.

La povera signora era stata uccisa dalla tubercolosi e neppure le iniezioni della linfa Koch, nella quale allora tanto si sperava, fattele da un medico di Berlino, avevano potuto salvarla. La salma fu portata a Roma e di qui a Frascati, dove venne tumulata; le esequie della giovine duchessa furon fatte a San Lorenzo in Lucina e la stessa folla elegante che pochi anni prima aveva assistito al matrimonio di lei, al quale pareva la felicità dovesse lungamente arridere, assistè comniossa alle funebri preci. Bellissimi fiori ornavano il catafalco della povera morta e fra le corone se ne vedeva una ricchissima di Michele Lazzaroni «alla benefica patronessa del Tiro a Segno».

In quei primi giorni di gennaio, nei quali ricorre l’anniversario della morte di Vittorio Emanuele, Roma ha sempre un aspetto di lutto.

In quell’anno il Bonghi invitato dal Circolo Monarchico Universitario, fece all’Argentina una bella commemorazione del defunto Re, tratteggiandone la vita pubblica e la privata, le azioni e i sentimenti per dimostrarne la perfetta armonia.