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Al principio del 1888, che segnala un cambiamento nella politica estera delle diverse nazioni d’Europa, sono aperti i negoziati del trattato di commercio italo-francese.

I delegati francesi erano, come ho detto precedentemente, Teisserenc du Bort e Marié; gli italiani gli on. Ellena, Luzzatti e Branca. Si può dire che i negoziati fossero cominciati sotto una cattiva stella, poichè a nulla valse la buona volontà che animava i delegati, e il trattato morì appena nato o meglio prima di nascere, e il 2 febbraio i signori Teisserene du Bort e Marié partirono per la Francia senza aver concluso nulla.

Il 4 a mezzo giorno, Leone XIII riceveva nella sala ducale, circondato dalla sua corte, le deputazioni diocesiane del pellegrinaggio italiano alle quali rivolgeva un discorso in cui ricordava i tesori di sapienza, di grandezza e di gloria che i Pontefici avevano in ogni tempo riversati sull’Italia; come non fossero mai mancati i figli ingrati, che disconoscendo i beneficii del Papato lo avevano combattuto, e come al presente fosse stata ordita una vera congiura contro di esso. Leone XIII lodò i pellegrini per non avere ascoltato le calunnie, smentite del resto dalla storia, ed aggiunse:

«Noi ben sappiamo che per questi doverosi sentimenti vi si rimprovera di non amare il vostro paese e di volerne anzi l’avvilimento e la rovina. Non vi commuova, miei cari, l’insana parola. La verità è che il Papato forma per l’Italia la più pura e la più splendida gloria».

Egli mostrò loro come il Giubileo avesse commosso il mondo, quale fosse la stoltezza degli italiani di voler rimpiccolire questa istituzione divina, e esortò i pellegrini a perseverare nei sentimenti, che li avevano spinti a venire a Roma per recargli i loro augurii in occasione del suo Giubileo Episcopale.

Il Comitato di quel Giubileo umiliava intanto ai piedi del Papa l’obolo per la Messa d’oro, che era d’oro veramente, poichè avevagli fruttato 2,500,000 lire; l’Italia sola ne aveva inviate 100,000.

Il 5 gennaio il Papa disse nuovamente messa in S. Pietro, e tra gli invitati la folla ebbe agio di ammirare in uno splendido costume il patriarca di Costantinopoli, monsignor Azarian, che aveva avuto dal Sultano il grato incarico di essere interprete presso i principi Torlonia dei sentimenti della Turchia. Monsignor Azarian si era recato il giorno avanti alla villa Torlonia per consegnare a donna Anna Maria il gran cordone di Chefakat, che il Sultano le conferiva per i suoi pregi di mente e di cuore, con le insegne in brillanti, e al duca di Ceri, suo consorte, la gran croce dell’ordine del Santo Sepolcro, e la commenda di questo stesso ordine al signor Colino Kambo, intendente della principessa.

Quella messa del 5 gennaio ebbe la solennità dell’altra e Leone XIII fu nuovamente e più calorosamente acclamato.

Mentre le acclamazioni si ripercuotevano ancora sotto le volte di S. Pietro, Roma italiana commemorava il X anniversario della morte del Re Galantuomo in modo veramente degno. Alla cerimonia ufficiale intervennero le LL. MM. il Re e la Regina e S. A. R. il Principe di Napoli, accompagnati dalle dame e dalle loro case civili e militari. Dopo la partenza dei Sovrani, visitarono la tomba del Gran Re le rappresentanze del Comune e della Provincia, e delle scuole, e tutte le società liberali, quindi il tempio fu aperto al pubblico, e fu la meta d’un pietoso pellegrinaggio da parte della popolazione, tra la quale non facevano punto difetto i pellegrini.

Nell’uscire dal Pantheon le associazioni si recarono al Quirinale, ove ebbe luogo una imponentissima dimostrazione al grido di «Evviva il Re!» «Evviva Roma intangibile!»; ma il Re, benchè commosso, non si affacciò, c la dimostrazione pacificamente si sciolse.