Pagina:Emma Perodi - Roma italiana, 1870-1895.djvu/396


— 384 —

in un corridoio, che conduce sotto il porticato di S. Pietro, e quivi si circolava bene, ma gli spintoni e le gomitate ricominciavano quando si trattava di penetrare nella basilica e le parole di calma dei gendarmi pontificii mancavano l’effetto voluto, come erano state inutili le esortazioni dei carabinieri.

Alle 9 1/2 il Papa entrò in S. Pietro. Egli era preceduto dalla Guardia Palatina, dagli Svizzeri, dai Cardinali, dai Vescovi, dai Superiori degli ordini religiosi, dai Capi del pellegrinaggio e dalla Guardia Nobile. Ai lati del Papa si agitavano due flabelli, che non erano quelli che Napoleone I aveva donati a Pio VII, ma un presente dell’Africa a Leone XIII. Egli, in sedia gestatoria, circondata da quattro svizzeri rappresentanti i quattro cantoni cattolici, era interamente vestito di bianco; sulle spalle aveva un ricco piviale ricamato d’oro, in testa la mitria regalatagli dall’Imperatore di Germania e in dito un superbo anello, dono del Sultano.

Al suo apparire Leone XIII fu salutato dalle grida di giubilo e dallo sventolare dei fazzoletti di 50,000 persone, che tante si calcola ve ne fossero quel giorno in S. Pietro. Giunto all’altare il Papa vestì gli abiti prescritti per la messa, che disse lentamente e con voce appena intelligibile per i più vicini, e che fu seguita dal Te Deum cantato dai cantori della cappella Sistina. Quindi, dopo aver dato una solenne benedizione, Leone XIII risalì in sedia gestatoria, traverso la chiesa benedicendo a destra e a sinistra, e tra gli evviva scomparve dietro gli arazzi, che chiudevano l’ingresso della cappella della Pietà. Un momento dopo le porte ed i cancelli di S. Pietro erano spalancati e la folla si riversava nella piazza.

Mentre in Vaticano i pellegrini e l’aristocrazia nera acclamavano il Papa-re, in città si comentava il decreto reale che destituiva Don Leopoldo Torlonia dalle funzioni di Sindaco di Roma, perchè egli aveva fatto atto, che i liberali giudicavano di sottomissione a Leone XIII. La cosa appena conosciuta sollevò rumore e i pettegolezzi che intorno vi si fecero furono davvero straordinari, poichè nella questione si fece entrare anche la persona del Re.

Egli ricevendo la Giunta aveva pregato il Mazzino di assicurare, a malgrado degli ultimi incidenti, il duca Torlonia della sua amicizia, e qui i nemici del Crispi tesserono una specie di commedia, facendo quasi credere che il Re riprovasse il decreto di sospensione che aveva firmato, c che egli fosse schiavo del suo primo ministro. La Giunta stessa si mostrò in certo modo solidale col suo capo, ma gli assessori ebbero forse paura di perdere la carica, e votarono un ordine del giorno che non era nè bianco nė nero:

«Per effetto del decreto reale dei 30 dicembre 1887, che ha rimosso il duca Torlonia dalle funzioni di sindaco, la Giunta si trova priva del suo capo, al quale la legano saldi vincoli di stima e d’amicizia ed il ricordo del lavoro amministrativo compiuto sotto la sua direzione amorosa ed intelligente col solo scopo del pubblico bene.

«Sarebbe conforme all’uso che la Giunta presentasse al Consiglio le proprie dimissioni.

«Però, tenuto conto delle speciali e difficili condizioni dell’amministrazione comunale, e della imminente discussione del bilancio, la quale deve dare occasione ad ’un più ampio svolgimento del programma enunciato sommariamente, nella relazione che precede il bilancio istesso, ha sentito l’obbligo strettissimo di non isfuggire alla responsabilità che col suo programma ha assunto.

«La Giunta delibera per tanto di rimanere al suo posto per compiere un dovere e per evitare un turbamento nella amministrazione.

«Nella fiducia del Consiglio, che è persuasa di possedere piena ed intera, troverà la forza per continuare a promuovere con vigore il progresso della città e tutelare con fermezza la dignità della sua municipale rappresentanza», che consolandosi elesse a ff. sindaco il marchese Alessandro Guiccioli.