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Roma con manifestazioni clamorose. «O Roma, o morte!», dopo Mentana specialmente, era divenuto un grido sedizioso, un grido che il Governo era in obbligo di far tacere per riguardo alla Francia, che aveva con sè, nella questione Romana, l’appoggio di tutte le potenze cattoliche. Eppure al governo erano uomini che avevano accettato il programma del conte di Cavour. Essi rammentavano che già nel giorno 11 ottobre 1860 al Parlamento subalpino, il grande uomo di Stato aveva detto: «La nostra stella, o signori, ve lo dichiaro apertamente, è di fede che la eterna città, sulla quale 25 secoli hanno accumulato ogni genere di gloria, diventi la splendida capitale del Regno italico».

Ma quelle parole pronunciate dopo le vittorie recenti, dopo le insperate annessioni; quelle parole che avevano infiammato gli animi prima di esser tradotte in realtà, esigevano la soluzione di una quistione che pareva più che mai insolubile in sul principio del 1870.

Napoleone III, arbitro dei destini dell’Europa aveva dimostrato chiaramente nel 1867 che non avrebbe lasciato si menomasse il poter temporale del Pontefice. Roma doveva esser del Papa, e gl’Italiani per conquistarla avrebbero dovuto misurarsi con l’esercito francese, e sconfiggerlo.

Ma ben altro aveva decretato il destino. Già dal maggio, in previsione di una guerra con la Prussia, Napoleone III cercava di concludere un’alleanza con l’Austria e con l’Italia. Questa poneva per patto alla sua partecipazione il ritiro delle truppe francesi da Roma, ma il signor di Gramont, allora ministro degli esteri, non accondiscendeva a ciò e diceva al general Türr: «Se l’Italia non vuol marciare, ella se ne stia»; i fanatici Francesi dicevano: «Piuttosto i Prussiani a Parigi, che gl’Italiani a Roma».

La candidatura del principe di Hohenzollern al trono di Spagna, fa scoppiare la guerra fra la Prussia e la Francia. Il 14 luglio avviene la dichiarazione, e Napoleone, trepidante di trovarsi isolato di fronte alla Prussia, cerca di riannodare le trattative dell’alleanza con l’Austria e con l’Italia. Il 2 agosto fa sapere al Governo di Firenze che sarebbe tornato alla convenzione del 15 settembre 1864, che implicava il ritiro delle truppe da Roma, e poco dopo manda il principe Napoleone in missione presso Vittorio Emanuele.

Forse la notizia di questa missione giunse al quartier generale del principe Federigo Guglielmo di Prussia, forse il calcolo indusse il Principe Reale a inviare al nostro Re un lungo telegramma sulla battaglia di Gravelotte. È un fatto che il principe Napoleone, accompagnato dal colonnello Ragon, giunse a Firenze la mattina del 21 agosto per fare un ultimo tentativo in favore dell’alleanza, e la sera prima il Re riceveva il telegramma, con cui gli si annunziava la vittoria prussiana, che aveva avuto per resultato di rinchiuder l’esercito di Bazaine dentro Metz. Giova notare che i telegrammi da Parigi avevano fatto apparire quella battaglia come un trionfo delle armi francesi (e i giornali di quel tempo lo attestano), forse per ispianare il terreno al principe Napoleone. Naturalmente il Re ricusò le proposte dell’Imperatore.

Le vittorie dei Prussiani, succedendosi rapidamente, avevano già fatto venire il Governo francese nella determinazione di richiamare da Roma il corpo d’occupazione, che s’imbarcava quasi tutto il 19 agosto a Civitavecchia sulla fregata «Mayenne». Il 16 intanto era stato letto ai legionari d’Antibo un ordine del giorno col quale essi erano dichiarati liberi di tornare in Francia. Di questo permesso solo 80 legionari approfittavano e partirono sulla «Mayenne».

Il Governo italiano frattanto, mosso dal timore che lo Stato Pontificio potesse essere invaso, dopo il ritiro delle truppe francesi, dai garibaldini, che si agitavano, chiamava sotto le armi quattro contingenti, chiedeva al Parlamento un credito di 40 milioni per concentrare un Corpo d’Osserva-