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xlviii | Introduzione |
Che si dicevano? Questo non lo sappiamo. Eminescu e Creanga solo di rado accettavano la compagnia di un terzo; ma è facile immaginarsi di che parlasserò. Creanga raccontava come sapeva raccontar lui leggende antiche e popolari, Eminescu costruiva teorie metafisiche e sognava ad occhi aperti come era stato il popolo rumeno a’ suoi bei tempi e come sarebbe per essere nell’avvenire. S’intendevan fra loro, come dice il proverbio rumeno, come l’anatra con l’oca e le medesime aspirazioni li tenevano uniti.
Talvolta domandavo ad Eminescu:
— Di che diavolo parlate mai tutta la notte insieme, tu e Creanga? — Eminescu sorrideva, e, con quel suo sguardo vago e lontano che gli era abituale, rispondeva evasivamente:
— Parliamo anche noi, come tutti gli altri uomini, di quel che ci passa per la testa
— E non era possibile cavargli altro di bocca.
Talvolta cercavamo di attirarli in una delle nostre bottiglierie eleganti. Ma non c’era verso: rifiutavano quasi sempre.
— No, non veniamo; preferiamo andarcene dal Sor Costantino, l’oste di Nicolina. Vedessi che osteria! Mi faccio portare, — aggiungeva Creanga — due o tre carboni in un coperchio di coccio e mi arrostisco colle mie mani la carne di capra. E poi c’è Ghizza, un ragazzo che serve a tavola, che è un diavoletto in carne e ossa! Il vino è un po’ acretto, non c’è che dire, ma buono. Non è vero, Eminescu? —
Eminescu, raggiante di felicità, sorrideva.
Poi se n’andavano insieme come i più felici uomini di questo mondo»1.
- ↑ George Panu, Eminescu și Creanga in Eminescu. Album artistic-literar. Iași, Tip. «Dacia», 1909, passim.