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perchè scrivo così buoni libri 85

la miseria, tutto mi pareva preferibile a quell’indegna «trascuranza di me stesso» in cui, prima, m’ero impigliato per ignoranza, per gioventù, poi, ero rimasto preso per indolenza, per «sentimento del dovere». Qui, in un modo ch’io non saprò mai ammirare abbastanza e proprio al tempo opportuno mi venne in aiuto quella cattiva eredità paterna, che, in fondo, non è altro che una predestinazione a morire giovani. La malattia mi liberò lentamente: mi risparmiò ogni rottura, qualunque passo violento e urtante. Non perdetti, allora, la benevolenza di nessuno; me ne guadagnai molte di nuove.

La malattia mi diede inoltre il diritto di mutare completamente tutte le mie abitudini; mi permise, m’impose di dimenticare; essa mi fece il dono della costrizione a starmene queto in ozio, ad aspettare e a pazientare..... Ma ciò vuol dire appunto pensare!..... I miei occhi soli poterono finirla con tutta la massa brulicante dei libri: in tedesco, con la filologia: ero liberato dal «libro», e per anni non lessi più nulla; e questo è il più grande beneficio che mi sia mai stato reso. Quell’intimo io, quasi sepolto, quasi ridotto al silenzio sotto il peso d’un continuo dover badare all’«io» degli altri (e ciò vuol dire appunto leggere!), si ridestava lentamente, timido, dubbioso, ma finalmente parlò di nuovo. Mai ho avuto tanta fortuna, quanta ebbi nel tempo della mia vita in cui fui più malato e sofferente: basta dare un’occhiata al «Crepuscolo» o al «Viaggiatore e la sua ombra» per capire che cos’era questo «ritorno a me»: una forma superiore di guarigione!..... L’altra guarigione non ne fu che una conseguenza.


5.


Umano, troppo umano, questo monumento d’una rigorosa disciplina di sè stessi, col quale mettevo fine bruscamente a ogni sorta di «alto delirio», d’«idealismo», di «nobili sentimenti» e d’altre