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perchè scrivo così buoni libri 83

di conoscere bene i wagneriani; sono «vissuto» con tre generazioni di essi, dal defunto Brendel che scambiava Wagner con Hegel fino agli «idealisti» dei «Bayreuther Blätter» che scambiano Wagner con sè stessi; ho sentito ogni sorta di confessioni di belle anime su Wagner. Un regno per una parola sensata! In verità, una compagnia da far rizzare i capelli. Nohl, Pohl, Kohl e teste di cavolo all’infinito! Non vi mancavano aborti di nessun genere, neppure gli antisemiti. Povero Wagner! Dov’era capitato! Fosse andato almeno fra i porci! Ma fra i tedeschi!

Infine, per l’educazione dei posteri si dovrebbe impagliare un autentico abitante di Bayreth — meglio ancòra, metterlo in ispirito, perchè lo spirito manca — con sotto scritto: «Così era fatto lo «spirito» pel cui impulso fu fondato «l’Impero»..... Basta; in mezzo a queste feste io partii, improvvisamente, per un paio di settimane, sebbene una graziosa parigina facesse il possibile per consolarmi; a Wagner feci le mie scuse soltanto con un telegramma fatalista. In un sito della Selva Boema perduto fra i boschi, a Klingenbrunn, portavo a spasso la mia malinconia e il mio disprezzo dei tedeschi, come una malattia; e, di tratto in tratto, sotto il titolo complessivo «Il vomere» scrivevo in un mio libriccino qualche pensiero — soltanto pensieri aspri — di psicologia, che, forse, si ritrova ancora in «Umano, troppo umano».


3.


Ciò che allora avvenne in me di decisivo, non fu la mia rottura con Wagner: io mi resi conto di un’aberrazione generale del mio istinto, di cui il singolo errore — si chiamasse esso Wagner o professura di Basilea — non era che un indice. Mi prese un’impazienza contro me stesso; capii ch’era tempo, ormai, di pensare a ritornare me stesso. Vidi ad un tratto con una chiarezza spaventosa quanto tempo avevo già sciupato, come appariva inutile, arbitraria