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Pagina:Ecce Homo (1922).djvu/72


perchè scrivo così buoni libri 77

fatale a Strauss. Così pure l’antico hegeliano Bruno Bauer che, da allora, diventò uno dei miei più attenti lettori. Negli ultimi anni, egli si compiaceva di rimandare ai miei scritti, per esempio, per indicare al signor von Treitschke, lo storico prussiano, da chi avrebbe potuto aver notizie del concetto di «cultura» ch’egli aveva perduto. Le cose più gravi e anche le più lunghe, sull’opera e sul suo autore furono dette da un antico scolaro del filosofo von Baader, un certo professore Hoffmann di Würzburg. Da quest’opera egli presentiva che un grande còmpito m’era destinato: produrre una specie di crisi decisiva nel problema dell’ateismo, di cui egli mi indovinava uno dei campioni più istintivi ed audaci. L’ateismo era ciò che mi conduceva a Schopenhauer.

Ascoltato con molta maggior attenzione, ma sentito con la massima amarezza fu uno scritto in favor mio, oltremodo forte e coraggioso, di Carlo Hillebrand, di solito così mite, di quest’ultimo tedesco umanista che sapesse maneggiar la penna. Il suo articolo fu pubblicato nella Gazzetta d’Augusta; lo si può leggere anche oggi, in una forma un po’ attenuata, nelle sue «Opere complete».

L’opera mia vi era presentata come un avvenimento, una crisi, una prima conoscenza di sè stesso, un ottimo sintomo, un vero ritorno della serietà tedesca e della passionalità tedesca nelle cose dello spirito. Hillebrand era pieno dei più alti elogi per la forma del mio libro, per il suo gusto maturo, per il suo tatto perfetto nel distinguere persona da cosa: egli lo lodava come il migliore lavoro polemico scritto in tedesco; in quell’arte della polemica proprio per i tedeschi tanto poco consigliabile, tanto pericolosa. Accettando incondizionatamente, anzi accentuando ciò che avevo osato dire sull’avvilimento della lingua in Germania (oggi fanno i puristi e non sono capaci di metter insieme una proposizione), pieno anche lui di disprezzo verso i «primi scrittori» di questa nazione, finiva coll’esprimere la sua ammirazione per il mio coraggio, per quell’«altissimo coraggio che trascina sul banco degli accusati proprio i prediletti d’un popolo».