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perché scrivo così buoni libri 71

della distanza fino alla quale può spingersi il coraggio, proprio a seconda della misura della forza, ci si avvicina più o meno alla verità. La conoscenza, l’affermazione della realtà è per l’uomo forte una necessità; precisamente come per il debole, in causa della debolezza, sono una necessità la vigliaccheria e la fuga di fronte alla verità: cioè l’«ideale»..... Non è loro concesso di conoscere: i decadenti hanno bisogno della menzogna, essa è per loro una condizione di vita. Chi non solo intende il significato della parola «dionisiaco», ma anche vi ritrova sè stesso, non ha bisogno che gli si confutino Platone o il cristianesimo, o Schopenhauer: egli sente all’odore la putrefazione.....


3.


Fino a che punto io avevo trovato con ciò il concetto di «tragico», la nozione definitiva di ciò che sia la psicologia della tragedia ho detto anche ultimamente nel Crepuscolo degli idoli a pagina 139: «L’affermazione della vita, anche nei suoi più strani, più ardui problemi, la volontà di vivere godendo del sacrificio dei più alti tipi prodotti dalla sua inesauribilità», questo era per me dionisiaco, era il ponte di passaggio per giungere alla psicologia del poeta tragico. Non per liberarsi dal timore e dalla pietà, non per purificarsi da una passione pericolosa con un gesto violento — in questo senso l’interpretò, male, Aristotele — ma per essere egli stesso, al disopra del timore e della pietà, l’eterna gioia del divenire, quella gioia che chiude in sè anche la gioia della distruzione. In questo senso ho il diritto di considerarmi il primo filosofo tragico, cioè il perfetto contrapposto d’un filosofo pessimista. Prima di me questo passaggio dell’emozione dionisiaca in un’emozione filosofica non c’è: manca la sapienza tragica: ne ho cercato invano le tracce anche fra i grandi filosofi greci, quelli dei due secoli avanti Socrate. Un dubbio mi restava a proposito di Eraclito, in vicinanza del quale