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perchè scrivo così buoni libri 113

V’è, in esso, la soverchia abbondanza d’un autunno troppo ricco: s’inciampa tra le verità, se ne schiaccia anche qualcuna: ce n’è troppe.... Ma ciò che si finisce per avere in mano non sono più cose problematiche, son cose precise. Io solo ho in mano la «misura» per le «verità»; io solo posso giudicare. Come se fosse sorta in me una seconda coscienza, come se «la volontà» avesse accesa in me una luce a rischiarare la via obliqua per cui fino allora era discesa a precipizio.... La via obliqua era chiamata la via della «verità»... È finita con tutti gli «oscuri impulsi»; proprio l’uomo buono aveva coscienza della retta via meno che qualunque altro.... E, lo dico con tutta serietà, nessuno conosceva, prima di me, la retta via, la via verso l’alto: soltanto con me ricominciano le speranze, i còmpiti, le vie tracciate verso la civiltà; io ne sono il lieto nunzio... Appunto per ciò sono anche una fatalità.


3.


Immediatamente dopo finita quest’opera, senza perdere neppure un giorno, mi accinsi all’enorme còmpito dell’Inversione, con un sovrano sentimento d’orgoglio che non ha l’eguale, persuaso ad ogni istante della mia immortalità, incidendo segno su segno in tavole di bronzo, con la sicurezza d’un uomo fatale. La prefazione fu scritta il 3 settembre 1888; quand’io, dopo steso questo scritto, uscii all’aperto, la mattina, vi trovai la più bella giornata che l’Alta Engadina m’avesse mai offerto, trasparente, sfolgorante di colori, piena di tutti i contrasti e di tutti i rapporti che passano tra il ghiaccio e il Mezzogiorno. Lasciai Sils-Maria appena il 20 settembre, trattenutovi da inondazioni, e rimasto unico ospite di quel mirabile luogo cui la mia riconoscenza vuol fare il dono d’un nome immortale. Dopo un viaggio pieno d’incidenti, durante il quale corsi perfino pericolo d’annegare in Como inondata — vi giunsi a tarda notte — arrivai, il pomeriggio del 21 a Torino, alla mia città

8. — Nietzsche, Ecce Homo.