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Ma che?

— Non l’oso dire, mio Signore.

— Avvi un sentimento di speranza nel vostro accento, che sperate voi?

Alzò i suoi begli occhi sopra Guglielmo, occhi così puri e di una intelligenza così penetrante, che andarono a ricercare nel fondo di quel cuore cupo la clemenza addormentatavi di un sonno simile alla morte.

— Ah! capisco!

Rosa sorrise giungendo le mani.

— Voi sperate in me, disse il principe.

— Sì, mio Signore.

— Ehi!

Il principe piegò la lettera che aveva scritta, e chiamò un suo officiale.

— Van Deken, disse portate a Loevestein quest’ordine, di cui prenderete lettura, e eseguirete ciò che vi riguarda.

L’officiale salutò, e s’intese rimbombare sotto le volte sonore della casa il galoppo di un cavallo.

— Mia figlia, seguitò il principe, domenica è la festa del tulipano, e domenica è posdimani. Fatevi Mia con questi cinquecento fiorini; perchè voglio che quel giorno sia per voi un gran giorno di festa.

— Come vuole l’Altezza Vostra che io sia vestita? mormorò Rosa.

— Prendete il costume delle spose frisone, disse Guglielmo, che vi starà molto bene.