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— Sì; mormorò Rosa tremante, sì, da un prigioniero di Stato.

Van Herysen impallidì udendo pronunziare una simile confessione davanti un simile testimone.

— Continuate, disse freddamente Guglielmo al presidente della società orticola.

— Oh! signore, disse Rosa indirizzandosi a colui che ella credeva suo vero giudice, è quanto dire che vò ad accusarmi ben gravemente.

— Infatti, disse Van Herysen, i prigionieri di Stato dovrebbero essere in segrete al Loevestein.

— Ahime! signore.

— Da quello che dite, parrebbe che voi abbiate profittato della vostra posizione di figlia del carceriere, e che abbiate comunicato con un prigioniero di Stato per coltivare dei fiori.

— Sì, signore, mormorò Rosa sconcertata; sì, son forzata a confessarlo, lo vedevo tutti i giorni.

— Disgraziata! esclamò Van Herysen.

Il principe alzò la testa e osservando lo spavento di Rosa e il pallore del presidente, disse con la sua voce spiccata e fermamente accentuata:

— Ciò punto spetta ai membri della società orticola: essi debbono giudicare puramente del tulipano nero, e non si occupano di delitti politici. Continuate, giovanetta continuate.

Van Herysen con una occhiata eloquente ringraziò a nome dei tulipani il nuovo membro della società orticola.

Rosa rassicurata da questa specie d’incoraggiamento che aveale dato lo sconosciuto, raccontò tutto ciò che da tre mesi era accaduto, ciò che aveva fatto,