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che lei; siete condannato a morte: andando al patibolo le consacrate il vostro estremo sospiro, ed esigete da me povera meschina il sacrifizio de’ miei sogni, della mia ambizione.
— Ma di qual bella mi parlate voi, o Rosa? disse Cornelio cercando, ma inutilmente, nelle sue rimembranze una donna alla quale Rosa potesse fare allusione.
— Della bella nera, signore, della bella nera dalla forma svelta, dal piè sottile, dalla testa dignitosa. Parlo del vostro fiore, non mi capite?
Cornelio sorrise.
— Bella immaginaria, mia buona Rosa, mentre voi, senza contare il vostro amoroso Giacobbe, o per dir meglio, il mio, voi siete attorniata di patiti, che vi fanno la corte. Rammentatevi, o Rosa, ciò che mi avete detto degli studenti, degli officiali, dei commessi dell’Aya? Ebbene! a Loevestein non sonvi commessi, officiali, studenti?
— Oh! ve ne sono, e come! disse Rosa.
— Che scrivono?
— Sicuro.
— E ora che sapete leggere....
E mandò un sospiro, pensando, che Rosa doveva a lui, povero prigioniero, il privilegio di saper leggere i bigliettini amorosi, che ella riceverebbe.
— Ma, signor Cornelio, mi pare, disse Rosa, che leggendo i bigliettini, che mi sono scritti, e adocchiando li zerbini, che mi fanno la ronda, io non faccia che seguire le vostre istruzioni.
— Come le mie istruzioni?
— Già, le vostre istruzioni! Fate lo scordato,