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— Babbo, l’è qui la famosa stanza donde Grozio evase; l’avete sentito nominare, Grozio?

— Sì, sì, quel mariolo di Grozio; un amico di quello scellerato di Barneveldt, che io vidi giustiziare quando ero bambino. Grozio! ah! ah! evase da questa stanza. Ebbene, io scommetto che nessuno a suo esempio potrà evadere.

E aprendo la porta, cominciò dall’oscuro a volgere il suo discorso al prigioniero.

Quanto al cane, andando a fiutare le polpe al prigioniero, pareva gli volesse domandare con qual diritto non fosse morto, egli che aveva veduto uscire col cancelliere e col boia. Ma la bella Rosa chiamollo, e il mastino obbedì.

— Signore, disse Grifo, alzando la sua lanterna per farsi un po’ di lume all’intorno, voi vedete in me il vostro nuovo carceriere. Io sono il capo soprastante, e le stanze tutte sono sotto la mia sorveglianza. Non sono perverso, ma sono inflessibile per tutto ciò che concerne la disciplina.

— Oh! vi conosco perfettamente, mio caro Grifo, disse il prigioniero avanzandosi dentro il circolo di luce, che gettava la lanterna.

— Toh! toh! Siete voi, sig. Van Baerle, disse Grifo; oh! siete voi; guarda, guarda, come ci si rincontra.

— Sì, e godo infinitamente, mio caro Grifo, nel vedere che il vostro braccio va a meraviglia, perchè con quello appunto tenete la lanterna.

Grifo aggrottò il sopracciglio e rispose:

— Vedete, come va in politica, si fa sempre qualche sbaglio. Sua Altezza vi ha lasciato la vita, e io non l’avrei fatto mai e poi mai.