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E’ una serata tradizionale, una serata di pace e di allegria familiare.

Si mangia il capitone e l’anguilla; il nonno racconta gli episodii della sua vita di soldato, del 48, e la nonna narra le storielle delle fate ai nipotini che la guardano attoniti, gli occhi sbarrati e la bocca aperta. E si giuoca alla tombola, e si ride e si scherza, e si chiacchiera, e a tutto questo nessuno estraneo è ammesso, neppure i parenti. Ognuno ha la propria casa, il proprio focolare, abbiate pazienza nessuno.

E’ la sera di Natale.

Angelo Carini dunque quella sera non era uscito: già usciva di rado lui, quando proprio lo trascinavano i compagni.

Eppoi era smontato di guardia, aveva passato una giornataccia orribile. Non sapeva bene; sentiva una stizza, un’uggia opprimente, aveva l’emicrania; quel giorno non mangiò neppure la gavetta.

Gli è che certe cose non poteva proprio digerirle il soldato Carini: di guardia.... in sentinella.... la vigilia di Natale.... Oh, la era una cosa dura, dura; pazienza un altra giorno, ma capitar proprio la vigilia di Natale!...

E la sera era rientrato in quartiere di malumore, indispettito, con una faccia da funerale e che faceva paura; aveva attraversato il cortile col fucile a brac’armi senza dire una parola con nessuno, e quando il sergente aveva dato il comando: “Rompete le righe„ e tutti si erano sbandati qua e là, correndo come pazzi, gridando, lui, piano piano, colla testa bassa e col cuore chiuso, era entrato nella camerata aveva deposto il fucile sulla rastrelliera, si era sfibbiato lo zaino rabbiosamente, scaraventandolo sull’assapane e poi si era buttato sul letto, come affranto.

— Che hai? — gli domandò il soldato Labruna, un bruno dai capelli crespi, tarchiato, dalla fisonomia aperta — te ne stai lì intontito, con gli occhi fissi al soffitto che m’hai proprio l’aria di un sonnambulo; ti senti male? Via, dimmi che hai, vuoi qualche cosa? Siamo patrioti e noi dobbiamo aiutarci, tu lo sai: dì su, che hai?