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direttamente a Giovanna, alla felicità perduta per sempre, alle disgrazie che un ingiusto destino gli aveva mandato; queste tristezze gli avevano già tanto macerato l’anima ed il corpo che formavano il fondo stesso del suo essere, tanto che gli pareva di averle dimenticate, come si dimentica la veste che si ha addosso; ma ora lo rattristavano certi ricordi lontani, di cose materiali che aveva lasciato e che non ritroverebbe più.

Ricordava con intensità lo spiazzo davanti la casa di Giovanna, le pietre del muricciuolo dove si sedevano assieme nelle sere d’estate, e sopratutto ricordava il letto alto ed ampio dove riposava, vicino a lei, dopo la giornata faticosa. Ecco, gli sembrava di ritornare, stanco, dopo una di quelle lontane giornate. Ma ora non aveva più dove andare a riposarsi.

Sì, con tutta la tristezza struggente e indefinibile come le fragranze selvaggie delle brughiere che attraversava, si sentiva stanco ed aveva fame.

Giunto sull’alto d’una china sedette e aprì la bisaccia.

La notte era completamente scesa, ma chiara e diafana; sull’oriente, fra i monti che nascondevano il mare, dilagava l’alba lucida della luna; la via lattea varcava il cielo a guisa di una immensa strada bianca e deserta, l’occidente conservava un chiarore incerto di mare lontano.

Un albore magico circondava le montagne; si distingueva il sentiero, le macchie apparivano compatte e rotondeggianti come greggie nere; e nel