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— Oh, è così, è così! Io non ne posso più. Che vita è questa? Ella ha il miele sulle labbra e il pungolo in mano. «Lavora, lavora, lavora!» Ella mi incalza come un bue da soma. E pane d’orzo, ed acqua e sudiciume, e buio di sera, e piedi scalzi quanto ne voglio.

Zia Bachisia l’ascoltava impotente a consolarla: d’altronde quelle lamentazioni erano affare d’ogni giorno. Oh, anch’ella, zia Bachisia, era ben scornata: ora doveva lavorare più di prima, ma non si doleva di ciò; solo le dispiaceva lo stato veramente miserando di Giovanna.

— Abbi pazienza, abbi pazienza, anima mia; verranno tempi migliori, l’avvenire non te lo ruba nessuno.

— Ah, che importa? Sarò vecchia, allora, se prima non muoio di rabbia. A che serve star bene quando si è vecchi? Allora non si gode più nulla.

— Eh, no, anima mia, — disse l’altra, con occhi furbi, verdi come due lucciole di notte. — Io godrei bene anche ora. Eh, eh, star senza far nulla; mangiare carne arrostita, pane molle, trote, anguille; bere vino bianco e rosolii e cioccolata...

— Finitela! — gridò Giovanna con spasimo: e raccontò come non aveva trovato nulla da soddisfare la sua indicibile brama.

— Abbi pazienza: è causa del tuo stato: anche se tu trovassi le cose più buone del mondo ed i liquori che beve il re non ti sentiresti soddisfatta.

Giovanna guardava sempre verso il portico, con occhi tristi e con la bocca piena di disgusto.