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capitolo liv 485


Avvenne pertanto che non essendosi ancora molto scostato dall’isola da lui governata (chè non seppe mai ben riconoscere se fosse isola, città, paese o castello quella al cui governo era stato posto), vide che per la strada medesima da lui battuta venivano sei pellegrini coi loro bordoni, ed erano di quelli che canterellando vanno accattone. Giunti presso a lui si misero in ala, ed alzando tutti insieme la voce cominciarono a cantare nel loro idioma quello che Sancio non potè intendere, ad eccezione di una parola che nettamente si facea sentire, limosina; dal che venne ad inferire che cantando accattassero. E siccom’egli, per quanto Cide Hamete riporta, era molto caritativo, trasse dalle sue bisacce il mezzo pane e la mezza forma di cacio di cui s’era provvisto, e li diede loro facendo intendere a cenni che altro non aveva da dispensare. Assai volentieri accettarono, e dissero: — Guelte; guelte. — Non intendo, disse Sancio, che cosa voi mi dimandiate, o buona gente„. Uno di essi allora cavò una borsa dal seno, e la mostrò a Sancio; il quale venne così a comprendere che gli chiedeano danari: ond’è che mettendosi il dito grosso alla gola, e distendendo la mano su loro fece capire che non aveva un maledetto maravedis al suo comando; e dato di sprone al leardo passò avanti. Essendo stato da uno dei pellegrini guardato con molta attenzione, corse questi alla volta sua, e raggiuntolo, lo abbracciò a dirittura, e con alta voce in castigliano gli disse: — Oh poffare il mondo! che è questo ch’io veggo? È egli possibile che io stringa fra le mie braccia il dolce mio amico, il mio buon vicino Sancio Panza? Ah sì che lo stringo, ed egli è desso: chè io già non dormo, nè sono ubbriaco.„ Fece Sancio le maraviglie nel sentirsi chiamare a nome e nel vedersi abbracciare dal pellegrino straniero, e dopo averlo guardato ben bene senza mai proferire parola, non gli venne punto fatto di riconoscerlo. Il pellegrino, per toglierlo dalla sospensione in cui lo vedeva, gli disse: — Come? E crederò io, Sancio Panza fratel mio, che tu non ravvisi il tuo vicino Ricotte, il moresco che teneva bottega nel tuo paese?„ Lo guardò allora Sancio con maggiore attenzione, e finalmente lo riconobbe appuntino. Senza nemmeno smontare dal giumento, gli gittò le braccia al collo, e gli disse: — Chi diavolo t’aveva a riconoscere, mio caro Ricotte, con quest’abito da mattaccino che porti? che cosa t’hai posto indosso? dimmi, di grazia: e chi ti ha fatto Franciotto? e come hai tanto coraggio di tornare in Ispagna, dove se ti scoprono e ti acchiappano, mala ventura ti aspetta? — Se tu non sarai quello che mi palesi, o Sancio, rispose il pellegrino, io sono certo che in quest’abito non vi sarà chi mi raffiguri. Appartiamoci, e andiamo in