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capitolo xlvii. 525

voglia significare un tal modo di condurre questo cavaliere, nè alcuno meglio di lui stesso ve lo potrà dire„. Udì don Chisciotte il discorso, e soggiunse: — Di grazia, le signorie vostre, signori cavalieri, sono elleno versate e perite in materia di errante cavalleria? Se lo sono io darò loro conto delle mie disgrazie, ma in caso diverso non perderò il mio tempo in inutili ciarle. Si erano già avanzati in questo mentre il curato ed il barbiere (vedendo don Chisciotte in discorso coi passeggieri) a fine di rispondere eglino in modo che non si scoprisse il loro artifizio. Il canonico a cui don Chisciotte avea indirizzato il discorso, rispose: — Se ho a dirvi il vero, o fratello, io tengo più sulle dita i libri della cavalleria delle Sommole di Vigialpando1, e perciò se questa è la difficoltà che voi potreste avere, essa è tolta, e parlate. — Lodato sia Dio, replicò don Chisciotte, poichè siete conoscitore di questi affari io bramo, signor cavaliere, che voi sappiate ch’io me ne vo strascinato in questa gabbia per invidia e frode d’incantatori maligni, essendochè la virtù è più perseguitata dai tristi che amata dai buoni. Cavaliere errante sono io, ma non già di quel novero che non merita che la fama ne renda eterno il nome per celebrità, ma sì bene di quelli che a dispetto e in onta dell’invidia medesima e di quanti maghi creò la Persia, bracmani l’India, ginnosofisti l’Etiopia, ha da collocar il suo nome nel tempio dell’immortalità perchè serva d’esempio e di specchio nei vegnenti secoli agli erranti cavalieri, e segni loro il cammino per salir all’apice ed alla gloriosa altezza delle armi„. Disse il curato a tal punto: — È vero quanto si espone dal signor don Chisciotte della Mancia, il quale va incantato sopra questo carro non per veruna sua colpa, ma bensì per mala intenzione di quelli che odiano la virtù ed invidiano il merito. Questi è il signor cavaliere dalla Trista Figura, se l’avete inteso mai a nominare, le cui valorose imprese e strepitosi fatti resteranno scolpiti in duri bronzi ed eterni marmi, comunque l’invidia adoperi ogni sua possa per oscurare la sua gloria e la malignità per tenerla celata„.

Quando il canonico sentì il prigioniero ed il libero a parlare in tal guisa fu per farsi un segno di croce, nè sapea credere a sè stesso quello che gl’interveniva; e così anche tutti i compagni suoi. Sancio Panza, che si era avvicinato, ed avea inteso il discorso, per aggiungervi le frange, disse: — Signori, o mi vogliano bene o mi ributtino per quello che sto per dire, è tutt’uno. Tanto è vero che il

  1. Gaspare Cardlllo di Villalpando, autore di un libro di scolastica, intitolato: Sumas de las sumulas molto stimato a’ suoi tempi.