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capitolo xxviii. 281

prestamente un involto che avea dappresso, si mise a fuggire tutta turbata e confusa. Ma dopo appena sei passi tollerare non potendo le delicate sue piante l’asprezza delle pietre, cadde in terra; di che i tre amici volarono a darle assistenza, e il curato fu il primo a dirle: — Fermatevi, signora, chiunque voi siate, che noi tutti non siamo qua se non per assistervi; nè vogliate fuggire per cagion nostra, poichè nè lo potranno fare i vostri piedi, nè potremo noi acconsentirvi„. A tutto ciò non rispondeva ella parola alcuna, ma stava confusa ed attonita; se non che il curato fattosi più vicino e presala per la mano, proseguì dicendo: — Quello che la vostra povera veste vorrebbe celare, è scoperto dai vostri capelli che manifestano non essere lievi le cagioni che tanta bellezza nascosero sotto abito sì mal confacente, e che vi hanno trascinata in un solitudini sì remote come è questa dove fu per noi gran ventura trovarvi, se non per rimedio dei vostri mali, almeno per darvi un qualche utile consiglio: chè niuna sventura tanto opprime o conduce a tali estremità (quando non manchi la vita) da non comportare un consiglio suggerito con purissima intenzione. Coraggio dunque, mia signora, o signor mio o quello che più vi piace di essere; calmate l’agitazione che vi ha prodotta il vederci, e partecipateci la vostra


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