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libro primo 69

per questo d’insistere nella pertinacia loro di promulgare la legge Terentilla; dicendo che quello insulto era fittizio e non vero, uscì fuori del Senato un Publio Rubezio, cittadino grave e di autorità, con parole parte amorevoli, parte minaccianti, mostrandogli i pericoli della città, e la intempestiva domanda loro, tanto che ei costrinse la Plebe a giurare di non si partire dalla voglia del Consolo. Ondechè la Plebe ubbidiente, per forza ricuperò il Campidoglio; ma essendo in tale espugnazione morto Publio Valerio Consolo, subito fu rifatto Consolo Tito Quinzio, il quale per non lasciare riposare la Plebe, nè darle spazio a ripensare alla legge Terentilla, le comandò si uscisse di Roma per andare contra i Volsci, dicendo che per quel giuramento aveva fatto di non abbandonare il Consolo, era obbligata a seguirlo; a che i Tribuni si opponevano, dicendo, come quel giuramento s’era dato al Consolo morto, e non a lui. Nondimeno Tito Livio mostra, come la Plebe per paura della Religione volle più presto ubbidire al Consolo, che credere a’ Tribuni, dicendo in favore della antica Religione queste parole: Nondum haec, quae nunc tenet saeculum, negligentia Derim venerat, nec interpretando sibi quisque jusjurandum et leges aptas faciebat. Per la qual cosa dubitando i Tribuni di non perdere allora tutta la loro libertà sì accordarono col Consolo di stare alla ubbidienza di quello, e che per un anno non sì ragionasse della legge Terentilla, ed i Consoli per un anno