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federativo, come più favorevole al buon essere della patria nostra, e come opportuno apparecchio agli acquisti di una civiltà più squisita e matura che non è quella che possediamo.

La Confederazione è dunque lo scopo finale a cui mira la Società nostra colle sue presenti fatiche. Ma essa non ne è punto il fine immediato; come quello, che allorchè si tratta d’instituzioni le quali hanno ancora da nascere, dee versare nell’inchiesta e nella pratica dei mezzi acconci a effettuarle. Il che viene formalmente dichiarato nel nostro programma; e io ne fo espressa avvertenza affinchè niuno s’inganni intorno alle nostre intenzioni. Imperocchè se mentre il nemico occupa e strazia una parte notabile delle province italiche; se mentre Venezia e Messina sostengono a borea e ad ostro della penisola la gloria del nome patrio con prodigi di valore, e con eroica impareggiabile sofferenza; noi impiegassimo il nostro tempo a teorizzare tranquillamente sull’anfizionìa e sulla dieta italica; renderemmo imagine di quei Pompeiani, che partivano i consolati e le preture, e riordinavano la repubblica, prima di vincere a Farsaglia. L’opera nostra così intesa potrebbe di leggieri muovere a riso l’Europa assueta da gran tempo ad accusarci di esser buoni a parlare anzi che a fare; o al più avrebbe quella serietà che conviene ad un’accademia. Ora noi vogliam essere non accademici, ma cittadini; non aspiriamo alla lode di uomini speculativi, ma a quella di uomini pratici; il fine nostro non è di congegnare una bella teorica, ma di salvare e riordinare la patria scomposta e pericolante. Non vogliamo ideare soltanto una Lega italiana, ma effettuarla; e quindi ci è mestieri cercare e porre in opera tutti i mezzi atti a sortire l’effetto, e a combattere, a rimuovere, a vincere gli impedimenti che ci si attraversano.

Quali sono questi impedimenti? Sono due, o Signori, cioè la dominazione esterna e la debolezza interna della