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Pagina:Dieci lettere di Publio Virgilio Marone.djvu/52


Lettera Settima 45

di di tutti noi. Alla qual nuova offesa via più turbato quel popolo verseggiatore, già ne minacciava d’un’aperta ribellione, onde timor ci venne di veder forse per loro tutto l’Elisio in battaglia. Se non che il Fracastoro uom veramente d’antica virtù, e a me caro al par di me stesso per una certa comune indole di natura, e di studio, e d’ingegno, fattosi verso loro con quel venerando suo aspetto, e l’amicizia attestando, che co’ più d’essi l’avea vivendo legato, non vi turbate, lor disse, del severo giudicio de’ padri nostri, nè quasi ad onta nol vi recate. Voi ben vedete esser bisogno all’Italia di qualche sforzo per iscuotersi dalle cieche superstizioni di poesia, che da troppo gran tempo le allignano in seno, e che germogliano sempre più folte ed orgogliose, nè lascian sorgere qualche ingegno felice, che in terreno men occupato stenderebbe gran rami, e radici, e leverebbe al cielo le cime. Di quà venne la sterilità della Patria, per cui da gran tempo non eccellente poema, non immortale Poeta le si è fatto vedere. Ma voi però non avete a temer dell’obblio per quanto all’italia possan sopravvenire o i barbari un’altra volta, o i Marineschi. Di ciò consolatevi. L’opere vostre son scritte con eleganza, con purità, con leggi di lingua e di buon gusto. Lo stile delle parole vi salverà. Questa è l’impronta, che fa passare con sicurezza la memoria degli scrittori con le loro fatiche sino all’ultima posterità, e trova sempre ingegni, e tempi ammiratori di lei. Cornelio nipote, Isocrate, Fedro, ed altri antichi, ne son testimonio. E per ultimo confidate pur sempre nella fermezza degl’italiani, che per qualunque sentenza, non lasciano mai di tenere ostinatamente il partito una volta abbraccia-