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Pagina:Dieci lettere di Publio Virgilio Marone.djvu/51

44 Lettera Settima

44 LETTERA SETTIMA.


dell’arte fatto delizia ai Monarchi. Egli è nato con quella voce, con quell’orecchio, e soprattutto con quell’entusiasmo dell’anima, che è l’anima della Musica, come l’è pur della Poesia, né d’altro non abbisogna. Tre o quattro regole generali per evitar certi difetti bastano a lui, e divengono un’arte perfetta quando hanno seco quella felice natura. Consultisi adunque ciascuno prima di volgersi alla poesia, massimamente in italia, dove più n’è bisogno per tanto abuso fattovi di quest’eccelso dono, il quale non giustamente con nome d’arte s’appella. Certo il Bembo, e tant’altri erano ingegni preclari e di gran cose avrebbono fatte se non si fossero dati all’imitazione d’altrui, ed al non proprio uffizio del poetare. Non è nostra severità pertanto, ma zelo egli è per la patria, se quanti sono Cinquecentisti, o d’altro secolo Petrarcheschi giurati abbiamo in conto d’inutili nel regno dell’ottima poesia Creatrice, Dipintrice, e d’Estro Madre, e di sublimi affetti Signora, e Donna.

Ciò da me detto, mostravansi tutti quegl’italiani, che alle sbarre stavano del ricinto, molto in viso crucciosi, ed allora vieppiú quando fatteci venir in mano, e passar sotto all’occhio le poesie loro latine con le lor prose, le quali tenevansi quasi a riserbo per un più certo trionfo, udiron da noi, poiché alquanto l’ebbimo considerate, doversi anch’esse sopprimere, siccome purissime copie dell’opere nostre, e degli autori del mio tempo; benché lor perdonassimo certi falli nel latin metro commessi, che al nostro orecchio defformi, ed insoffribili riuscivano, a lor pareano gentili, che in una lingua scriveano incerta, e non più viva. Ma non perdonossi ad alcuna Elegia, non ad alcuna Storia del Bembo, od Orazione del Casa, nè a’ poemi medesimi del Sannazaro, del Vida, e di cento lor pari, e pedissequi fred-

di