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Pagina:Dieci lettere di Publio Virgilio Marone.djvu/49

42 Lettera Settima

moltissimi oziosi molti si fan Poeti, di queste Academie, ed Arcadie, e Colonie si formano. Cantar bisogna, e di versi la vita nudrire, e la società sostenere. Al comodo, al facile siam tutti inclinati, ricca natura è in pochissimi, eccitamenti, e premj, e Mecenati si cercano indarno; che altro rimane se non che prender d’altrui, copiare dai libri, impastare, cucire, in fine imitare, e darsi per Poeta? Qual danno ciò faccia alla poesia, qual impaccio alla vita civile il sanno gl’italiani, e il sappemmo in Grecia eziandio qualche volta. Un sol rimedio sarebbe a tal male, ma come sperarlo, e da chi? Un tribunale dovrebbe istituirsi, a cui dovesse ognun presentarsi, che venga solleticato da prurito poetico. Innanzi a giudici saggi gli si farebbe esame dell’indole, e del talento, e certe pruove se ne farebbono ed esperimenti. Chi non reggesse a questi, all’aratro, e al fondaco come natura il volesse, o alla spada e alla toga n’andasse; chi riuscisse, un privilegio otterrebbe autentico, e sacro di far versi, e pubblicarli, qual di chi batte moneta del suo. Bando poi rigoroso a chi falsificasse il diploma, o contrabbando facesse di poesie non altrimenti che co’ Monetarj s’adopera, e co’ frodatori de’ dazj. Prigione, o supplizio secondo i falli, e questo non già poetico, e immaginario, ma inevitabile, e vero.

Sorrisero i gravi antichi al parlar di Luciano, e volti agl’italiani, che stavano intorno alle sbarre aspettando sentenza dell’opere loro, lodaronli d’eleganti verseggiatori, e di culti scrittori della lor lingua, ma sentenziarono insieme l’opere loro com’era giusto. Intitolate le voller tutte Nuova Edizione di Messer Francesco Petrarca. Quindi trattine alcuni Sonetti o interi, ciò che fu di sol dieci, o troncati; e poche stanze di canzoni, del resto fecesi un fascio, il qual fu riposto in parte