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Lettera Quinta 27
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L E T T E R A   Q U I N T A

Alli Legislatori della nuova Arcadia, P. Virgilio, Salute.


Un rumore improvviso interruppe il ragionare, ed era un cotale che ad alte voci gridando chiedea d’aver luogo e soggiorno tra i Poeti latini, e tra gli epici un seggio a me vicino, perché dicea, d’aver tradotto in gran volumi di verso esametro, e di stile virgiliano com’ei diceva tutto quanto il poema dell’Orlando furioso insino al 48° canto del divin Ludovico Ariosto. Noi fummo dapprima sbigottiti udendo quel titolo di divino che ben sapevamo per prova esser dagli Italiani mal impiegato. Sapevamo eziandio che l’Ariosto medesimo non avea già voluto fare un Poema secondo le regole della ragione e del buon gusto, ma che piuttosto avea scritto affine di dilettare gli amici, a’ quai leggeva i suoi canti, non al giudicio della severa posterità; onde in noi crebbe il ribrezzo a quel nuovo parlare di traduzione latina. Tristo me dicevami il cuore, il mio verso, e il mio stile se è ver quel che udii. Come può stare in bocca di paladini, de’ negromanti, delle streghe, che pur son gli eroi di quel poema? Che ha a fare la lingua latina co’ palagi incantati, co’ viaggi sull’ippogrifo, con gli assalti delle balene, e con tanti giganti, e miracoli, e duelli d’arme fatate? I soli nomi di que’ guerrieri e cavalieri erranti ben malagiati devon rendere i versi latinimas-