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Pagina:Dickens - Il grillo del focolare, 1869.djvu/66


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Una vera canzone bacchica, spumeggiante come una coppa di vino; ed egli la cantava con una voce indiavolata che dava maggiore risalto le mille volte a quella faccia allampanata e mesta.

— Ma bravo! cantate se non erro? disse Tacleton aprendo l’uscio. Animo! Io non canto, io.

E niuno l’avrebbe contraddetto: il suo viso non era di cantante, siatene certi.

— Io non ho tempo di cantare, aggiunse egli, ma sono contento che voi altri lo troviate; spero che non ne soffrirà il lavoro. È un po’ difficile che le due cose vadano di conserva, eh?

— Se tu potessi vederlo, Berta, come ammicca, mormorò Caleb; che uomo amante della celia! Se tu non lo conoscessi, crederesti dal tôno della sua voce che egli sia in collera, non è vero?

La cieca sorrise e fece cenno di sì.

— Si dice che vi sono uccelli che san cantare e non vogliono e bisogna obbligarli con la forza, borbottò Tacleton; ma che dire di quelli che non possono e non debbono e pure vogliono cantare? qual rimedio ciò?

– Oh! bella mia, non puoi immaginare