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vidi nella faccia contratta una tale ribellione sorda, un tale odio, negli occhi torvi una tale fiamma disperata, che atterrito lo presi, feci per abbracciarlo, ma egli si svincolò con repugnanza. — Ah, le lacrime ch’egli non aveva pianto io le piansi! Libertà! Giustizia! Imperturbabilità! Che giova, che giova quando uno è schiavo d’una porta che s’apre, e con la mano che ha fatto i grandi gesti per arrotondare le grandi frasi, schiaffeggia un bambino per difendere «la pace dei propri pensieri», per poter «pensare» avanti nella impotenza cieca della pace perduta! E nota! su mio fratello applicavo naturalmente teorie educative. — E poi, appena fatto accorto della infame ingiustizia, il primo gesto: accattarmi con una carezza perdono di mio fratello. Nel terrore per aver visto in tale specchio la vanità delle mie parole, la nullità della mia persona, aggrapparmi al primo appoggio, sperar col facile atto dalla condiscendenza debole d’un bambino il conforto che mi mettesse il cuore in pace. Vigliacco! E poi riconosciuta anche questa viltà per la fermezza di lui, la corona del dramma, le lacrime. Lo vedi quel mucchio di carne in sussulto che si scioglie in lacrime? quello è il filosofo! Nausea! Nausea!
N.
— ...
R.
— E poi fra i lamenti, fra i singhiozzi a volta a forza repressi, a volta tratti a forza pel bisogno d’una qualunque affermazione della persona che si sente spersa miserabile nell’o-