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cantili, senza che il vento da niuna parte vi possa. Già veggo inarcare le ciglia a cosiffatta proposta e gli animi sgomentarsi al calcolo della spesa. Dal nulla si fa nulla, ab nihlio nihil fit. Ma quando rammenterete non già i docks e i canali scavati in Inghilterra e nella Francia, chè questi son paesi di troppo pingue finanza, ma sibbene il dock di Carlscrona, i docks ed il canale di Gozia, scavati nel duro granito, e da chi? dagli Svedesi, i quali altra ricchezza non hanno che un po’ di ferro, stimerete ch’io non proponga cosa la quale ecceda le forze nostre; ed ove sia tuttor tenuta a troppo gigantesca l’impresa, piangerete che nella fusione delle italiche schiatte siensi del tutto smarriti i generosi effluvii del seme onde nacquero i maestri che nelle terre d’Italia edificarono i muri ciclopei. Questa difficoltà verrebbe da picciolezza di cuore; e se v’ha chi la muova, sia rimandato a leggere l’aureo volumetto stampato in Genova nel 1842 dal’marchese Camillo Pallavicini.

Più grave agli occhi di taluni parrà la difficoltà dei triplici travasamenti. Morsicati dalla tarantola molti, dopo aver caricato la derrata e la persona, non vedono l’ora di giungere. Dàgli, dàgli, galoppa, galoppa; più frettoloso cammini, più presto giungi alla meta. Ma bada bene che la meta di tutte le umane cose (triste sentenza!) è la morte. Queste ultime parole, affinchè non falliscano l’effetto a cui mirano, vogliono essere pronunziate con tuono cupo e sepolcrale e con cipiglio molto severo; e poi si dee soggiungere con voce rimessa: «alla morte è meglio andare il più adagio e il più tardi che si può». Ma lasciamo andare queste sceniche farse. I travasamenti delle mercanzie, giusta il mio sistema, dovranno dunque, lungo la linea di cui si ragiona, essere tre; vi vorranno ampii magazzini ed una schiera di facchini in Garessio, In Ceva, in Pollenza od in Alba. Non è poca cosa davvero! Ma e perchè mai i travasamenti danno tanto fastidio e tanta tremarella ai trasportatori ed agli spedizionieri? Perchè cagionano perdita di tempo ed aumento di spesa. Ma la perdita del tempo non mi sembra doversi calcolar molto nel nostro caso. Isocrate ha cantato le lodi di Atene, ed io quelle di Albenga. Con tutto ciò non le ho assegnato il vanto Siesssere arbitra della moda. Perdona, amata figlia d’Ingauno, ricca dei doni della natura, troppo tu trascuri i fregi dell’arte per diventare il figurino del giornalin delle dame. E voi ben sapete, o Baruffi, che niun’altra derrata ha bisogno di correre frettolosa come le nuove fogge create e prescritte dalla volubile dea. Ogni mercante vuol essere il primo a smerciarne, ogni bella essere la prima a fregiarsene. Gli oggetti che passeranno per la strada proposta non saranno già i cappellini del signor d’Herbelot, non le vesti, i camagli, o le berte di madama Palmira; saranno i cotoni greggi, i pesci salati, le corna, le pelli, lo zucchero, il caffè e le altre spezierie che manda il gran padre Oceano; saranno i prodotti del suolo, vale a dire gli olii di Oneglia e di Nizza, la lignite d’ottima qualità e di facile scavazione, di cui son pregni i nostri monti: i marmi, le legna, il carbon vegetale, i cereali, i vini,