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trentacinque anni addietro la luce del sapere non aveva ancora diradate le tenebre dell’ignoranza sopra una larga superficie di popolo. Approfittarono di quei libri il medico ed il curato, lo speziale ed il notaio, il maestro di latino ed il geometra, il commerciante ed il possidente, ma non certamente que’ tali che secondo il Leopardi non hanno tempo da spendere a filosofare. E noi appunto a costoro vogliamo destinate le future Biblioteche.

Or fa venti anni un altro coraggioso editore tentò l’impresa d’una Biblioteca dei Comuni, ma meno giudiziosa ancora fu la scelta de’ libri. Basti il dire che si accolsero in essa le opere filosofiche di S. Agostino e di Vico, le canoniche del Sarpi e di Benedetto XIV. Non dico ciò per bistrattare le opere di quei sommi, ma solo per provare che per lo più si va là ad occhi chiusi e non si vede o non si cerca la opportunità e la convenienza. Non basta che una cosa sia buona o bella in sè, perchè tale si stimi; il bello, il buono e l’utile debbono formare un’equazione colle menti che gli hanno a percepire e a goderne. Però ben di sovente l’ignorante si appaga più presto dell’appariscente che del reale; e le bellezze vere, perchè troppo intime e quasi segrete, passano o inosservate od incomprese. Gli è ben vero che vi hanno cose che toccano egualmente il dotto e l’ignorante; ma se ben guardi, vedrai che coteste cose si riferiscono al sentimento che è comune a tutti. Leggi ad un’assemblea composta d’uomini di varia e diversa cultura il sublime e brevissimo episodio della povera madre che depone la morta Cecilia sul carro de’ Monatti, vedrai che le lagrime irroreranno gli occhi dell’ignorante e del dotto alla medesima guisa e nello stesso tempo.

Quello che dissi del bello si può egualmente ripetere dell’utile; un libro popolare di scienza sarà utile alla sola