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libro settimo 241

e di prati, dove; in una della estremità è fabbricata Dodona. Apollodoro poi dice esservi opinione che i popoli vicini a quel tempio ricevessero il loro nome dalle paludi ch’ivi intorno ai trovano1; ma che nondimeno Omero diede loro il nome di Selli: e sogginnge ch’esso chiamò anche Selleente un fiume di quella regione. E lo nomina infatti in quel verso, ove fa menzione di Astiochea,

                    Cui d’Efira e dal fiume Selleente
                    Seco addusse l’eroe2;

ma non volle parlare di Efira tesprozia, bensì di quella che sta fra gli Elei: perciocchè fra costoro si trova davvero il Selleente, non già fra’ Tesprozii e fra’ Molossi. Quello poi che si favoleggia rispetto alla quercia, alle colombe e ad altre siffatte cose (come raccontami anche dell’oracolo di Delfo) in parte si vuol lasciare alla poesia, in parte conviensi anche a questa nostra descrizione.

Anticamente adunque Dodona era soggetta ai Tesprozii, e così anche il monte Tomaro o Tmaro (chè l‘uno e l’altro si dice) a’ cui piedi sta il tempio: però i tragici e Pindaro sogliono ascrivere Dodona alla Tesprozia. Ma più tardi poi fu considerata come soggetta ai Molossi. E tengono alcuni che i sacerdoti, chiamati da Omero interpreti di Giove, e dei quali poi dice che mai non si lavano i piedi e che dormono sulla nuda

  1. Dalla voce greca ἕλος (helos) palude.
  2. Ill., lib. II, v. 559.
Strabone, tom. III. 16